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Per lui interpretare il cuore di una donna è semplice. Anni di esperienza lo hanno reso un alpinista esperto delle vette più impervie dell'animo femminile. Con una delicatezza quasi incantata, sa farsi strada nella vita interiore di un cuore sofferente. Sa come uscire dalla prigione dei sentimenti, e sa quando questi sono malati. Aveva trovato persino nel Cantico dei Cantici delle parole di sollievo. Lui non cade innamorato; è lui a essere l'oggetto dell'amore. Potrebbe contare su una mano le donne che ha veramente amato. La sua cultura è sconfinata; vive sui libri, si nutre di studio. Con lui posso parlare di qualsiasi cosa, e resto sempre affascinato quando mi spiega una frase, un concetto d'amore. Sa descriverlo in ogni sua forma: l'amore sciocco, quello infantilTi dirò, lui era un uomo profondamente deluso. Aveva conosciuto il cuore di oltre mille donne, esperienze di ogni tipo, dai diciotto ai sessant'anni. Tutte quelle storie giovanili gli avevano insegnato, suo malgrado, come entrare nel mondo femminile. Ricordava sempre quella frase di Kierkegaard: «Introdursi nell'intimo di una fanciulla è un'arte, uscirne è un capolavoro», dal Diario di un seduttore. La notte, quando andava a letto, sapeva che c'erano dei cuori di donna che lo desideravano. Non era questo che voleva, non gli piaceva l'idea di far soffrire nessuno, eppure non poteva evitare i loro sguardi. Dipendeva tutto da quella sua bellezza quasi angelica, dal fisico statuario, dalla luce degli occhi, persino dal profumo della sua pelle... una specie di magia, un'alchimia naturale. Anche il suo nome, Francesco, sulle labbra di quelle innamorate, diventava una musica dolce. Lui, per contro, cercava conforto altrove: nella poesia greca, nei versi struggenti di Saffo o nelle pagine sensuali di Ovidio, che conosceva bene, soprattutto l'Ars Amatoria. Era consapevole che molte di loro si addormentavano con il cuore pesante; lui, invece, si ripeteva i versi di Saffo: "prendimi il cuore e portalo lontano". A volte si rivolgeva agli dei, tormentato dal dolore che tutto quell'amore riversato su di lui inevitabilmente generava. Ma, in fondo, non era colpa sua. Come poteva esserlo, per un dono – quella bellezza – che gli era stato elargito dagli stessi dei? Non lo desiderava, davvero. Sapeva che quel fascino sarebbe svanito presto, come i fiori di campo. Cercava allora di ancorarsi alle sue virtù: la gentilezza, l'empatia, quel suo modo pacato e ironico di vedere le cose. Eppure, dentro di sé, portava una tristezza profonda. Per consolarsi, si immergeva nella poesia, nei libri di filosofia, coltivava la spiritualità. Si interrogava sull'esistenza di un Dio: perché un Dio l'aveva plasmato così, ma non gli aveva poi dato una compagna che potesse consolarlo davvero? Leggeva come un libro aperto il cuore delle ragazze, e attraverso i versi dei classici cercava di decifrare i sentimenti che nutrivano per lui. A volte si chiedeva persino come mai anche le donne più semplici, all'apparenza, si innamorassero di lui. E poi ci sono io. Io che da quel primo istante provo per lui un sentimento forte e indecifrabile, e che non mi sono mai rivelato. In tutti questi lunghi anni non ho mai smesso di sentire la sua presenza, giorno dopo giorno. So poche cose di lui, ma mi bastano. Mi basta quell'attenzione sincera che, ormai da tanto tempo, mi dedica quasi ogni giorno. Oggi, se quest'incantesimo dovesse rompersi, mi sentirei perso. So che potrebbe accadere, e che prima o poi accadrà. Non provo gelosia per i suoi amori; abbiamo perfino condiviso qualche pena, come in un gioco leggero. Qualche volta mi ha parlato delle sue pene d'amore, senza mai caricarmi del suo peso. Per lui interpretare il cuore di una donna è semplice. Anni di esperienza lo hanno reso un alpinista esperto delle vette più impervie dell'animo femminile. Con una delicatezza quasi incantata, sa farsi strada nella vita interiore di un cuore sofferente. Sa come uscire dalla prigione dei sentimenti, e sa quando questi sono malati. Aveva trovato persino nel Cantico dei Cantici delle parole di sollievo. Lui non cade
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C:\ innamorato; è lui a essere l'oggetto dell'amore. Potrebbe contare su una mano le donne che ha veramente amato. La sua cultura è sconfinata; vive sui libri, si nutre di studio. Con lui posso parlare di qualsiasi cosa, e resto sempre affascinato quando mi spiega una frase, un concetto d'amore. Sa descriverlo in ogni sua forma: l'amore sciocco, quello infantile, quello colto, o quello sublime che risiede nelle vette dello spirito, accessibili solo a pochi. I nostri anni più belli li abbiamo passati così, insieme, a studiare, a leggere centinaia di libri. Condividevamo l'amore per l'arte, la poesia, i testi sacri, la filosofia. Ho visto come F. sappia introdurti e guidarti in quel territorio affascinante che è l'animo umano. Sempre gentile, educato, mai volgare, senza mai urtare la sensibilità di nessuno, riesce a entrare nell'intimo delle persone. Non solo delle mille donne di cui ha sfiorato l'anima – e che ognuna, sono certo, lo ricorda con affetto e tenerezza, trovando conforto nel suo ricordo – ma anche nel mio. Tuttavia, io e F. non possiamo amarci nel senso comune del termine. Possiamo volerci un bene immenso. Perché io, in un certo senso, sono come un fanciullo cresciuto con lui, che l'ha ascoltato giorno dopo giorno. Questo cammino al suo fianco mi ha portato a capire molto di me stesso. Le sue amiche sono state sue amiche. "L'anima di Gionata si legò
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Era consapevole che molte di loro si addormentavano con il cuore pesante; lui, invece, si ripeteva i versi di Saffo: "prendimi il cuore e portalo lontano". A volte si rivolgeva agli dei, tormentato dal dolore che tutto quell'amore riversato su di lui inevitabilmente generava. Ma, in fondo, non era colpa sua. Come poteva esserlo, per un dono – quella bellezza – che gli era stato elargito dagli stessi dei?
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Non lo desiderava, davvero. Sapeva che quel fascino sarebbe svanito presto, come i fiori di campo. Cercava allora di ancorarsi alle sue virtù: la gentilezza, l'empatia, quel suo modo pacato e ironico di vedere le cose. Eppure, dentro di sé, portava una tristezza profonda. Per consolarsi, si immergeva nella poesia, nei libri di filosofia, coltivava la spiritualità. Si interrogava sull'esistenza di un Dio: perché un Dio l'aveva plasmato così, ma non gli aveva poi dato una compagna che potesse consolarlo davvero?
Leggeva come un libro aperto il cuore delle ragazze, e attraverso i versi dei classici cercava di decifrare i sentimenti che nutrivano per lui. A volte si chiedeva persino come mai anche le donne più semplici, all'apparenza, si innamorassero di lui.
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all'anima di Davide, e Gionata lo amò come l'anima sua" (1 Samuele 18,1). Quante volte ho desiderato che in quel verso sacro ci fossero i nostri nomi al posto dei loro. Quanto ho desiderato un amore puro, fatto di tenerezza e comprensione. Ma F. mi basta così, per come è. Mi basta che mi risponda, che mi dica "ci sono", o anche quel semplice "parliamo dopo, ora devo mangiare". So che sa affascinare con la sua cultura, con l'amore per le cose belle. Nei nostri discorsi c'è tanta bellezza. È così che si cresce, che si costruisce qualcosa che resta. A volte ho pensato: come vorrei essere stato parte di una storia come quella di Abelardo ed Eloisa. Una volta F. mi chiese: "Ti ricordi le nostre serate, le nostre amiche?". Certo che me le ricordo. Le ricordo ogni giorno, d'estate come d'inverno. E allora perché quell'innamoramento, quella scintilla definitiva, non arriva mai? Forse anche questo è il mistero, il fascino ambiguo, o forse il lato più oscuro, di due persone che si vogliono bene come noi. Ci regaliamo la cosa più preziosa, il tempo, e insieme costruiamo sempre qualcosa di bello, che ci rende migliori anche agli occhi del mondo. Tu potresti avere al tuo fianco la donna più bella, e farne una Regina con la ricchezza della tua anima, con la profondità del tuo sapere. Ma allora, dimmi, perché alla fine hai solo me? "Galeotto fu il libro e chi lo scrisse".e, quello colto, o quello sublime che risiede nelle vette dello spirito, accessibili solo a pochi.
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